Come trasmetti pensiero critico senza “insegnare”? Come accendi quella scintilla che fa evolvere le idee negli altri? Questa è la domanda che mi accompagna da quando ho iniziato a sviluppare consapevolezza del mio pensiero reticolare.
Il rizoma, concetto a me caro, non nasce dall’imposizione. Nasce dal dialogo. Dalla co-creazione. E il metodo che più di tutti incarna questa filosofia è quello socratico: non fornire risposte, ma porre domande che guidano l’altro a trovare le proprie.
Socrate come base di tutto
Adoro la filosofia. Studio filosofia spaziando da Platone e Aristotele a Kant e Wittgenstein, senza dimenticare Al-Farabi e Ibn Arabi. Mi affascina come Poincaré connetta matematica e pensiero. Ma il cuore, la base di tutto il resto, rimane Socrate. Perché? Perché il metodo socratico non è solo teoria: è pratica quotidiana. È uno strumento che si innesta nella vita reale.
La maieutica, l’arte di “far partorire” le idee all’altro attraverso domande, è potente. Non dici “la soluzione è questa”. Chiedi “cosa pensi che succederebbe se…?” oppure “perché credi che sia così?” oppure ancora “e se provassimo a guardarlo da quest’angolazione?”.
Il risultato? L’altro arriva alla conclusione da solo. E quando arrivi a una conclusione da solo, quella idea diventa tua. Si radica. Cresce. Si espande. Diventa parte del tuo rizoma personale.
Il quotidiano come terreno fertile
Dove applico questo metodo? Ovunque. Ma i momenti più potenti sono quelli apparentemente banali.
Le chiacchierate mentre porto i figli a scuola. Quelle poche centinaia di metri camminando insieme. Un figlio mi dice “Oggi non voglio andare a scuola”. Potrei rispondere “Devi andare, è importante”. Invece chiedo “Perché non vuoi andarci oggi? È successo qualcosa ieri?”. E da lì nasce un dialogo. Co-creiamo insieme la comprensione del problema. A volte emerge che non è la scuola il problema, è altro. Altre volte scopre da solo perché invece andare ha senso.
Le conversazioni con amici davanti a un caffè. Qualcuno mi racconta un problema lavorativo complesso. La tentazione è dare la soluzione: “Dovresti fare così”. Ma se invece chiedo “Quali sono le variabili in gioco? Cosa succederebbe se cambiassi questo elemento?”, l’altro inizia a vedere il sistema. Inizia a ragionare in modo reticolare. E la soluzione emerge da solo.
Anche nel blog, in fondo, uso questo approccio. Non scrivo “dovete fare questo”. Condivido il mio percorso, pongo domande implicite, invito all’astrazione. Chi legge con la giusta disposizione trova le proprie risposte, non le mie imposte.
La difficoltà del contesto
Devo essere onesto: questo approccio non è sempre facile. Specialmente nel contesto italiano.
La cultura qui tende a valorizzare l’esperto che fornisce soluzioni rapide. Il guru. L’autorità che dice “fai così e funziona”. La complessità viene vista come perdita di tempo. Il dialogo socratico, che richiede pazienza e disponibilità a esplorare, viene a volte percepito come evasivo.
“Ma tu cosa faresti?” mi chiedono. E quando rispondo con un’altra domanda, vedo frustrazione. Vogliono la risposta pronta, non il percorso per trovarla.
Questo non è critica sterile. È osservazione di un pattern culturale che limita la crescita del pensiero critico. Preferiamo la certezza rapida alla comprensione profonda. Il “fare a prescindere” invece dell’approccio sistemico.
Ma resisto. Perché so che chi è davvero interessato a crescere, chi cerca sostanza invece di soluzioni facili, riconosce il valore di questo metodo.
Quando vedi la scintilla accendersi
I momenti più belli sono quelli in cui vedi la scintilla accendersi.
Quella pausa nel dialogo. Quel momento di silenzio dove percepisci che l’altro sta elaborando. Poi il “Ah, aspetta…” seguito da un ragionamento che prende forma da solo. Quello è il rizoma che nasce. Quella è la trasmissione riuscita.
Non è che io abbia insegnato qualcosa. Ho semplicemente creato lo spazio perché l’altro trovasse da solo. Ho posto le domande giuste. Ho ascoltato in silenzio. Ho lasciato che il pensiero si sviluppasse senza interrompere.
E questo funziona ovunque: con i figli, con gli amici, nelle conversazioni davanti scuola, nei dialoghi più profondi. Il metodo è lo stesso. Domande invece di risposte. Ascolto invece di imposizione. Co-creazione invece di trasmissione unidirezionale.
Il rizoma che si espande
Il bello del metodo socratico è che genera rizoma naturalmente. Perché? Perché chi arriva a una conclusione da solo non si ferma lì. La porta avanti. La applica. La condivide con altri. E il rizoma si espande.
Qualcuno con cui ho dialogato poi applica lo stesso metodo con altri. Nasce una rete di pensiero critico. Non perché io ho “insegnato”, ma perché ho innescato un processo.
Questo è quello che spero accada anche con il blog. Non che leggiate e diciate “Luca ha ragione”. Ma che leggiate, astraiate, troviate le vostre connessioni, e portiate avanti il vostro rizoma. E se volete dialogare, ragioniamoci insieme. Perché il rizoma più potente nasce nel rapporto diretto, nella conversazione reale, nel dialogo vis-à-vis.
L’invito alla co-creazione
Se riconoscete in voi questo approccio, se usate domande invece di risposte, se vedete la complessità come opportunità invece che ostacolo, allora siamo sulla stessa lunghezza d’onda.
Il rizoma non lo costruisco io da solo. Si costruisce insieme. Attraverso il dialogo. Attraverso la disponibilità a esplorare invece di affermare. Attraverso il coraggio di dire “non lo so, ragioniamoci insieme” invece di “la soluzione è questa”.
Socrate diceva “So di non sapere”. Non era falsa modestia. Era consapevolezza che la conoscenza vera nasce dal dialogo, non dall’imposizione.
E nel quotidiano, tra una camminata verso scuola e un caffè con un amico, questo metodo fa la differenza. Piccole domande. Grandi evoluzioni.