Il buio più profondo è qualcosa di devastante. L’aspetto peggiore non è il buio in sé, ma la luce attorno ad esso. Pensate a quelle caverne, una volta ne visitai una in Liguria, dove entri e provi l’esperienza del buio assoluto. Lì sai di essere nel buio totale, ma sai anche che l’uscita è vicina, la luce è a portata di mano.
Perché allora parlo di devastante? Perché quando siamo nel buio dove non vediamo alcuna luce, siamo in quella situazione in cui dobbiamo sederci, respirare, e trovare la luce dentro di noi. Una soluzione esiste, ed è dentro di noi. So che esiste anche un’alternativa, ma nella mia filosofia di vita non è contemplabile. Non esiste.
Quando invece siamo nel buio profondo con la consapevolezza che la luce è là fuori, si apre davanti a noi un caso all’apparenza simile ma profondamente diverso. Quella luce non l’abbiamo creata noi, è sempre esistita. Esistendo da sempre, non abbiamo controllo su di essa, e soprattutto non è frutto del nostro lavoro diretto. È un obiettivo da raggiungere, un traguardo da conquistare, con un percorso e una forza che spesso, proprio nel buio più profondo, latita o fatica a farsi trovare.
Quando il pensiero reticolare rischia di scivolare
Nei momenti cupi passano davanti alla nostra mente pensieri di varia natura. Non parlo del più ovvio, e volutamente non lo nomino. Parlo invece del lavoro. Se la vostra mente pensa, ragiona, crea, si amplia in modo reticolare, possiede un potere da non sottovalutare. Perché quella stessa capacità che crea prodotti validi può anche costruire soluzioni valide in territori non grigi, ma neri. Qui il rischio maggiore è il paragone con Walter White.
Pensate a una cosa semplice. Riuscite in qualche modo a creare la versione digitale di una rivista. La mettete online e la rivendete, un po’ come fa chi usa il cosiddetto pezzotto. Potreste pensare esattamente come Walter White: “Lo faccio perché mi serve per recuperare liquidità, poi, recuperata, lo spengo.” Ma attenzione. Com’è finito Breaking Bad? Lo sappiamo tutti bene ormai.
Un altro esempio, se serve: Doctor Strange e il Darkhold, nella versione dell’MCU. Usa il libro proibito per una buona ragione, ma ne viene corrotto. Si salva, senza dubbio, ma il terzo occhio rimane, a dimostrazione della corruzione che ha subito comunque.
Diversamente, se pensiamo a Churchill e al film sulle operazioni non convenzionali della Seconda Guerra Mondiale, Winston agiva in un territorio grigio, il cosiddetto pragmatismo etico. Le sue azioni erano non convenzionali, a tratti sporche, ma con un obiettivo legittimo: sconfiggere i nazisti. Qual era la differenza rispetto a Walter White e a Strange? Il modo. Churchill agiva da una posizione validata, era Primo Ministro, e rispondeva comunque a determinati organi di controllo. Le sue azioni, anche quelle più ambigue, passavano attraverso persone che validavano o meno la scelta. Non era un’escalation senza freni che porta dritta al nero più totale.
Cosa succede nel cervello quando il filtro etico vacilla
Ecco, quando siamo in quel buio profondo, quello con la luce sempre esistita ma non ancora raggiunta, il nostro filtro etico vacilla. Questo filtro è associato a una parte del cervello chiamata corteccia prefrontale ventromediale, che semplificando possiamo definire come il centro che integra emozioni e valori morali nelle nostre decisioni.
Quando quel filtro si indebolisce, la rete cerebrale che gestisce il controllo cognitivo deliberato, il pensiero lucido e strategico, rischia di lasciarsi andare. E la mente, quando vaga libera senza controllo, può scivolare rapidamente verso pensieri automatici tipo “vabbè, cosa può succedere.” È un’immagine più che un dato di laboratorio preciso, ma rende bene l’idea di quanto velocemente la mente possa costruirsi una giustificazione.
In quel momento dobbiamo essere forti. Non dobbiamo mollare quel filtro etico, non dobbiamo dimenticare gli automatismi positivi che abbiamo costruito con fatica nel tempo. Se non li dimentichiamo, superiamo quell’attimo. E se lo superiamo, la nostra mente inizia a dire: “E se ci fosse un’altra strada?” Perché in quel momento vede la resilienza, e genera antifragilità, capace di fornirci i passi necessari per arrivare alla luce.
Difficile, non impossibile
Difficile, tremendamente difficile, ma non impossibile. Ora sono lì, dentro questo processo. Sto lottando. La tendenza a cedere, come Walter White, ci sono stato vicino, e forse ci sono ancora, ma il mio filtro non molla. Anzi, mi si presenta con le giuste immagini anche nel sonno, e qui Jung avrebbe qualcosa da dire, e mi tiene sull’attenti. Sento che il controllo cognitivo e i nuovi automatismi positivi che ho costruito iniziano ad accendersi. Ci lavoro. Non li mollo. Qualcosa si vede, e quel qualcosa non è male.