Ti rispondo domani mattina

Una sera, alle undici, mi scrive una persona con cui lavoro e si aspetta una risposta. In passato avrei risposto subito, un po’ per cortesia e molto per ansia di chiudere. Questa volta ho risposto il giorno dopo. Mi ha ringraziato, senza alcun fastidio. Mi avrebbe ringraziato anche se avessi risposto alle undici di sera? Credo di no, perché sarebbe stata una rincorsa.

Il periodo resta complicato, lo sapete e non lo racconto di nuovo. Quello che mi interessa è che dentro questo periodo sto rivalutando una parola che prima guardavo con sospetto, silenzio.

Il silenzio che calma

È una parola con due facce, lo so. Può essere un muro, una punizione, una fuga. Può anche essere uno strumento. La prima volta che l’ho usato così è stato con la ruminazione. Quando un pensiero continua all’infinito, a volte mi blocco di botto, come se interrompessi la frase a metà, e faccio silenzio. Non ho un paper da citare, è una cosa che osservo su di me. Una mia ipotesi è che al cervello arrivi qualcosa che non torna, perché la frase non viene completata, e smetta di inseguirla, ma è solo un’ipotesi. Non è facile da fare, ma mi porta vantaggi. Somiglia al vuoto di cui ho scritto più volte, solo che stavolta sono io a crearlo.

Non rincorrere la risposta

Lo stesso vale per gli errori. In passato, quando mi accorgevo di sbagliare, correvo dietro alla giustificazione, e spesso peggioravo le cose. Ora chiedo scusa e mi fermo lì.

Sul lavoro è dove l’ho visto di più. In una trattativa difficile, con un interlocutore che sa raccontare molto bene la sua versione, avrei risposto subito e probabilmente avrei perso. Ammetto che a spingermi ad aspettare è stato anche il mio socio, e lo riconosco volentieri. Ora se qualcuno mi dice “rispondiamo”, io dico sì, ma aspetto il momento giusto. E ogni volta che aspetto un momento in più, noto che fa la differenza. Con la liquidità che stringe è ancora più difficile, perché quando manca la tentazione è rincorrere. Ho aspettato, e sono andato avanti con il resto.

All’inizio dubiti. Ti viene da pensare che stai sbagliando, perché non è mai stato il tuo modo di fare. Poi ti accorgi che quel silenzio, il non far arrivare subito la parola, porta spesso a una risposta migliore di quella che avresti dato. Dire “ti rispondo domani mattina” alla persona di quella sera ha avuto questo effetto, ho deciso io i tempi senza chiudere la porta.

Anche in una call, quando l’altra persona si innervosisce, a volte abbasso la voce e smetto di parlare. Il tono scende, poi si torna a ragionare. Mi sembra sia una tecnica che si insegna nella gestione dei conflitti; sicuramente per me ha funzionato.

Non parlo di ghosting. Il mio silenzio ha un ritorno, dico quando rispondo e rispondo. Una pausa in musica è scritta, ha una durata e poi la melodia riparte, il mio silenzio vorrei che fosse così. E con le persone a cui voglio bene resta legato a una parola, a un gesto, a qualcosa che dice che ci sono ancora. Altrimenti diventa un muro.

Quando serve fermezza

La fermezza è un’altra cosa, anche se spesso viaggia insieme. Il silenzio è una pausa, la fermezza è non arretrare. Un esempio semplice, e lo so che è un caso solo: “Non intervengo finché la fattura non è pagata.” La risposta tipica è “ma dai, vogliamoci bene, capiamo”. E io no. Ha funzionato.

Anche a casa

Con i bambini è la parte più difficile, e credo che qualsiasi genitore lo confermi. Mia figlia ha un carattere molto forte. Quando le dico che ha guardato troppi cartoni, basta, inizia a urlare. Quello che funziona meglio è il tono di voce basso, “no, è così, non si fa”, e poi il silenzio. Faccio altro. Dopo un po’ arriva un “va bene papà”. Credo che il messaggio passi non perché le ho fatto paura, ma perché ha avuto il tempo di pensarci. Le variabili sono miliardi quindi va preso come supposizione perché come ogni genitore anch’io ho commesso i miei errori. La differenza risiede tra autorevole e autoritario, e non è facile saperla applicare correttamente.

Silenzio e fermezza sono due parole che sto rivalutando. Non sono negative di per sé, dipende da come le usi. Vanno equilibrate e vanno allenate, in un periodo storto come in uno buono.

Nel Go, una volta posata una pietra non la si sposta più, e poi si aspetta. Di solito nessuno parla, la mossa dell’altro arriva quando arriva. Quel silenzio fa parte del gioco. Forse è questo che sto imparando, a posare la pietra e a saper aspettare.

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