Quando lo status quo diventa complicità: il costo nascosto di chi aspetta che altri agiscano

I bias sono difficili da sradicare. Non c’è dubbio. Ma questo non significa arrendersi, non significa smettere di lavorarci, non significa che i progressi siano impossibili. E in queste ultime due settimane qualche progresso è arrivato, nonostante il contesto che lo ha attivato. Anzi, proprio da quel contesto voglio partire, perché con i bias il contesto conta enormemente, e questo in particolare apre un tema molto più ampio. In un momento storico che definirei semplicemente “particolare”.

Una premessa necessaria: in questo post lavorerete molto di astrazione. Non posso usare nomi e luoghi specifici, sia per non influenzare la lettura, sia per non danneggiare le persone coinvolte. Chi mi conosce bene probabilmente immaginerà. Gli altri, spero, coglieranno il pattern universale che mi interessa raccontare.

Il pattern del “Si è sempre fatto così”

Esiste un pattern che incontro sempre più spesso, soprattutto nei cosiddetti boomer, anche se “boomer” non è solo una questione anagrafica. È una mentalità. E alcuni miei coetanei, millennial e non solo, la incarnano perfettamente.

Immaginate un’associazione, chiamiamola “Servizio Utile”. Al suo interno c’è un coordinatore, brav’uomo, competente nel fare le cose. Ma di leader non ha nulla. Non passa la conoscenza, non apre spazi, rimane ancorato alle sue logiche e ai suoi tempi. “Si è sempre fatto così. Ai miei tempi. Vedi che funziona.” Chi potrebbe intervenire non agisce. Per ragioni politiche, per affinità di visione, per inerzia.

Il risultato è un logoramento lento e costante. Giovani e donne entrano ma non vengono valorizzati. Si sentono rispondere “Devi ancora imparare”, “Sei giovane”, “Sta tecnologia…”, “L’idea non è male ma aspetta ancora un po’.” Alcuni se ne vanno. E quando se ne vanno, parlano. Si crea una narrativa che si espande rapidamente, e quella narrativa inizia a ledere i valori dell’associazione, e anche le persone che ci investono tempo e passione genuina.

Ma la colpa è di chi generalizza? Di chi si è sfogato? O forse stiamo guardando la pagliuzza nell’occhio altrui invece della trave nel nostro?

Il costo nascosto di chi sa e non agisce

Il pattern boomer porta con sé una conseguenza silenziosa e maligna: il non agire di chi sa. Perché ci sono persone dentro questi sistemi che vedono il problema, che capiscono dove porterà. Eppure si dicono: “È così il sistema”, “Ho già abbastanza problemi”, “Magari migliora da solo”, “Magari arriva qualcuno che cambia le cose.”

Il risultato è che il logorio continua. Invece di riparare la falla nella diga, si accumulano sacchi di sabbia a valle. Magari in buona fede, convinti che nuove leve portino aria fresca. Ma il prezzo, il vero prezzo, lo paga sempre qualcuno.

Questo atteggiamento ha anche una conseguenza che raramente viene nominata: colpisce le famiglie. Le persone esterne al contesto diretto, ma legate a chi è dentro. Nascono discussioni, malumori, bias. Ci si sente in trappola, si sopportano situazioni che non si condividono, ci si sente dentro la sindrome di Cassandra, vedere tutto con chiarezza e non essere ascoltati.

Chi ha valori forti gioca sul lungo termine

C’è una dinamica che trovo particolarmente interessante. Le persone con valori solidi, a volte accentuati da neurodivergenze, possono sembrare lente nell’agire. Ci mettono tempo. Ma quando arrivano al punto di rottura, l’intelligenza e l’acume che le caratterizzano le portano a muoversi con una precisione notevole sul lungo termine. Gli altri, quelli che sopportano senza valori forti a guidarli, vanno avanti finché reggono. Poi si sgretolano silenziosamente.

Non voglio dipingere i boomer come un male assoluto. Sarebbe semplicistico e, francamente, un bias esso stesso. Ma in questo periodo storico, il costo dell’immobilismo è alto. Molto alto.

Le pietre nel Go

Il Go, come sempre, mi aiuta a ragionare. Anche in queste due settimane difficili, dove il bias del dipendere dal giudizio altrui si è insinuato in modo subdolo, ho continuato ad analizzare e a posizionare pietre. Nel Go gli angoli prima, i lati dopo, il centro alla fine. Ogni pietra ha un valore, anche quelle che sembrano passive.

Lo vedo nel mio volontariato alla Croce Verde, dove i piccoli passi iniziano a mostrare risultati concreti, dove il muro si sta incrinando, dove qualcosa si muove davvero. “Servizio Utile” è ancora una ferita aperta per me, e lo riconosco senza giustificarlo. Quel bias è lì, ci sto lavorando. Ma so anche che la partita a Go non è finita. E certe volte, le pietre posizionate con pazienza portano a risultati che nessuno si aspettava.

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