Parlando con un’amica è emersa una parola che mi ha colpito e messo in riflessione: demotivata. La demotivazione, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, arriva anche a persone da cui non te lo aspetteresti. Persone che mettono l’anima, combattono lo status quo, investono nei giovani, iniettano energia cognitiva per aiutare e cambiare le cose. Non perché invasate, ma perché ci credono davvero ed è parte di chi sono. Quando il mondo, in tutti i modi possibili, prova a difendere lo status quo e respinge ogni cambiamento, può condurre queste persone alla demotivazione. E talvolta, nei casi più gravi, al cinismo.
Perché accade proprio a loro
Perché succede tutto questo a persone da cui ci aspetteremmo ogni cosa tranne la resa? Succede perché senza alleati si è soli, e stare soli richiede una quantità enorme di banda cognitiva. Se ci muoviamo solo ad agire, guidiamo con forza ed energia ma non mettiamo confini, non ritagliamo momenti per noi, non usiamo quel pragmatismo etico necessario per vivere, la demotivazione è lì ad aspettarci.
Non è debolezza. È fisica. È matematica.
Il maratoneta e i 40 chilometri
Riuscire a posizionare le pietre del Go con visione, struttura e approccio sistemico, ma anche con la fluidità necessaria a riposizionarsi quando serve, fa la differenza. All’inizio richiede fatica e banda cognitiva. Ma all’apparire dei primi risultati, dei primi segnali, arriva la micro – gratificazione, arrivano gli alleati, e questi elementi rinforzano il percorso.
È come una maratona. Agli ultimi due chilometri, quando sei pronto a mollare, vedi lo stadio, entri, senti le urla e ti dici: “Posso farcela.” Ma prima di arrivare a quei due chilometri finali devi superare lo scoglio dei 40. I primi dieci sono pieni di energia, ma se non costruisci un approccio sistemico, se non metti paletti e momenti di recupero, quella sosta all’acqua che sembra una perdita di tempo, non arrivi ai dieci successivi.
La demotivazione è quel maratoneta che spinge al massimo e arriva al ventesimo chilometro già esaurito, vede i tifosi voltarsi e non scorge ancora lo stadio. Chi introduce sistema, sa modificare la strategia, è al ventitreesimo chilometro, stanco ma rinvigorito dal tifoso che lo incita e dal cartello che indica lo stadio sempre più vicino.
Il loop che si autoalimenta
Quando creiamo un sistema la difficoltà è iniziale. Ma se teniamo e non molliamo, entra in un loop virtuoso. E quando siamo cotti, pronti a cedere, arriva quell’evento singolo che ti mostra che la pietra del Go era stata posizionata bene e ora dà i suoi frutti. Questo aiuta anche quando trovi pietre posizionate male, perché ti rimetti in linea e ti rilanci invece di fermarti.
Sembra speranza fine a se stessa. Ma non lo è.
Ho visto questo meccanismo funzionare concretamente, in chi aveva investito anni di energia genuina, si era ritrovato sull’orlo di mollare tutto, e poi, trovato un contesto diverso e qualcuno con cui condividere il percorso, ha ritrovato la direzione. Non per magia. Per sistema. Perché le pietre posizionate con pazienza, anche quelle che sembrano passive, prima o poi mostrano il loro valore.
La noradrenalina come alleata, non come motore
Nel mio passato l’energia veniva da una costante noradrenalina. Errore gravissimo, e me ne sono reso conto a caro prezzo. Poi tutto è cambiato, e ora quando la noradrenalina si attiva la riconosco come alleata tattica, non come unico carburante. Il corpo però si allinea sempre dopo la mente, e se non leggiamo i segnali rischiamo di interpretare come allarme quello che è semplicemente il corpo che aggiorna i suoi automatismi, come un software che non ha ancora installato la nuova versione. Sta a noi dimostrargli che non c’è da preoccuparsi. E man mano, tutto si allinea.