Quando il Gate Fallisce: Filosofia Applicata, Errori Inclusi

C’è un problema che riscontro sempre più spesso, e non riguarda le persone che non pensano. Riguarda quelle che pensano, che si battono per cambiare le cose, che investono energia genuina. Disillusione, demotivazione, stanchezza diventano la logica conseguenza quando l’80% intorno agisce senza pensiero critico, e talvolta senza pensiero. La reazione comprensibile è rifugiarsi in soluzioni semplici: “Forse era meglio prima”, “Forse bisognerebbe vietare”, “Forse bisognerebbe togliere.” Ma è una soluzione? No. È un tampone. Se il metodo non cambia, se il modo di pensare non cambia, non si arriva da nessuna parte.

Quando queste persone mi dicono “Sono stanca, non voglio combattere le battaglie degli altri”, posso dargli torto? Onestamente no. Ma posso aiutarle a vedere le cose diversamente? Forse. E qui entra in gioco tutto.

Otto Filosofi, un Framework

Ho sviluppato nel tempo un framework filosofico con otto filosofi che si attivano quando servono, Kant, Socrate, Aristotele, Platone, Hegel, Dewey, Wittgenstein, Gadamer. È nato in contesti professionali, nel lavoro, nel coding, nell’insegnamento, ma sta diventando qualcosa di più pervasivo. Un modo di stare nel mondo, non solo di lavorare.

La differenza tra usare un framework consapevolmente e interiorizzarlo è sottile ma enorme. Usarlo richiede sforzo deliberato. Interiorizzarlo significa che si attiva da solo, naturalmente, anche nelle conversazioni quotidiane. Anche in quelle che non avevi pianificato.

Il Gate di Kant e Come l’Ho Fallito

Qualche giorno fa mi sono trovato in una discussione su tecnologia, scuola e come certi strumenti vengano percepiti come problemi invece che come opportunità. Una conversazione legittima, con posizioni diverse, tutte in buona fede.

Ho fallito il gate iniziale.

Kant e il suo imperativo categorico ci chiede di ragionare in modo universalizzabile, di non partire da pregiudizi che non potremmo applicare a tutti. Io invece sono entrato nella conversazione già viziato, con categorie mentali rigide su chi difende lo status quo e chi no, su chi è disposto a cambiare e chi no. Ho applicato etichette prima ancora di ascoltare. Ho fallito il gate, e quel fallimento ha condizionato tutto quello che è venuto dopo.

Ho provato a recuperare. Ho applicato la maieutica di Socrate, facendo domande invece di imporre risposte. Ho usato Wittgenstein osservando come certe parole impattassero sui giochi linguistici dell’altro, modificando il registro quando necessario. Ho portato il pragmatismo di Dewey cercando un punto di atterraggio concreto. Ma il gate iniziale aveva già lasciato il segno.

La Soluzione Migliore Non Era la Mia

Il punto più interessante è arrivato alla fine. Dopo tutto il percorso, la soluzione più pragmatica e intelligente non l’ho proposta io. L’ha proposta l’altra persona, partendo proprio da quello che avevo cercato di spiegare, rielaborandolo a modo suo e arrivando a qualcosa di meglio. Più equilibrato, più applicabile, meno ideale e più reale.

Questo è il rizoma che funziona. Non convincere, ma creare le condizioni perché l’altro arrivi alle proprie conclusioni, magari migliori delle tue. Dewey aveva ragione: l’apprendimento è co-creazione, non trasmissione.

Ho toppato il gate. Ma il processo ha funzionato lo stesso, parzialmente. E rispetto al passato, dove quella conversazione sarebbe finita in un muro contro muro inutile, qualcosa si è mosso.

Dare un Nome Rafforza il Pensiero

Molti di questi concetti filosofici sono già dentro di noi in forma intuitiva. L’imperativo categorico di Kant lo applichiamo quando diciamo “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te.” La maieutica di Socrate la usiamo quando invece di dare risposte facciamo domande. I giochi linguistici di Wittgenstein li viviamo ogni volta che cambiamo registro a seconda di chi abbiamo davanti. L’Aufhebung di Hegel, il superamento che conserva, accade ogni volta che troviamo una terza via invece di scegliere tra due estremi.

Ma dargli un nome cambia tutto. Nominarli significa riconoscerli. Riconoscerli significa applicarli consapevolmente. Applicarli consapevolmente significa migliorarli nel tempo. È la differenza tra guidare in automatico e guidare sapendo cosa stai facendo.

Il framework non è roba da accademia. È uno strumento per comunicare meglio, per capire dove si sbaglia, per creare le condizioni perché certe pietre nel Go producano effetti che vanno oltre la singola conversazione. Anche con le persone stanche, quelle pronte a mollare, se ricevono gli input giusti riescono a integrare qualcosa e fare un lavoro sorprendente.

Comincio a vedere le pietre prendere forma. E questa consapevolezza, nominarla, scriverla, mi aiuta a tenerla viva.

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