Come stai? Sono stanco.
Una domanda semplice, quasi disarmante. La diciamo in automatico, la riceviamo in automatico. Spesso non ci soffermiamo sulla risposta, non la ascoltiamo davvero. “Sono stanco” viene accettata come risposta completa, archiviata, e si va avanti.
Ma cosa significa veramente?
Se lo chiedessimo a un’AI senza contesto, probabilmente interpreterebbe la stanchezza nel senso più immediato, fisico o cognitivo. Comprensibile, è la lettura più plausibile. Ma noi, se impariamo ad osservare e ascoltare, potremmo capire da dove arriva davvero quella stanchezza. Spesso non lo facciamo. Per abitudine, per paura di affrontare il tema, o semplicemente perché quella domanda è diventata un rituale sociale e non una vera apertura.
Stanco di cosa, esattamente
A me è capitato, nel passato e nel recentissimo, di rispondere “Sono stanco.” A volte “Bene ma stanco.” A volte, quasi a nascondere qualcosa, “Felice ma molto stanco.” La parola stanco era sempre lì, costante, ma poche volte veniva letta bene.
Solo chi sa osservare coglie la sfumatura. Non è detto che siano le persone che ti conoscono da una vita, anzi. A volte sono presenze recenti, quasi inaspettate, che colgono qualcosa che altri non vedono. Un gesto, una frase al momento giusto, un abbraccio dato senza troppe spiegazioni. Piccole cose che però fanno la differenza.
Gli amici più vicini agiscono diversamente, con le loro vie, i loro modi. Ti portano a bere, ti parlano di qualcosa loro, poi un’altra birra, e piano piano ti conducono a parlare. Strategie alternative, a volte aiutate da componenti fisiche, ma con un obiettivo preciso: farti parlare, farti sfogare. Loro sono lì ad ascoltare, senza giudicare. E spesso, senza saperlo, fanno filosofia.
Il vero problema è nasconderla a noi stessi
Quella stanchezza pesa perché la società ci conduce a gestire tutto in silenzio. A non parlare per timore del giudizio, per non sembrare vittime o melodrammatici. Questo crea un conflitto interno che cresce, che peggiora il modo in cui stiamo e il modo in cui ci relazioniamo agli altri.
Se invece imparassimo a dire, con il tono e il linguaggio del corpo giusti, “sono cotto, sto gestendo troppe cose e non mi sono ricaricato”, qualcosa cambierebbe. Non con tutti, ma con le persone giuste. Chi vale raccoglie quella frase e può innescare un dialogo sano, aiutarti a capire dove hai sbagliato, perché sei arrivato a quel punto.
Pensiamo ai momenti peggiori della giornata, quando mentalmente e fisicamente siamo naturalmente a corto. Spesso ci obblighiamo a reggere comunque. Risultato: ci innervossiamo, rispondiamo male, peggioriamo tutto. Se invece dicessimo chiaramente “giornata pesante, la testa è piena, questo tema lo affrontiamo dopo”, onestamente e con serenità, daremmo all’altra persona la possibilità di capire e, se può, di alleggerire.
Scriverlo qui non è casuale
Quando diciamo “sono stanco” nascondendo tutto il resto, nascondiamo prima di tutto a noi stessi il vero stato. E il vero problema è lì. Il resto è alimentare qualcosa che si potrebbe non alimentare.
La cura cognitiva passa anche da passi piccoli. Ricordarcelo aiuta noi e le persone attorno a noi.
Scrivo questo in primis per me. Ho sentito un reel di uno psicologo su Instagram, ci ho pensato, e come sempre il pensiero reticolare si è attivato. Lo scrivo per interiorizzarlo, farlo mio, e superare questo momento. E lo condivido nella speranza che il rizoma cresca, anche attraverso una parola semplice come “sono stanco”, finalmente detta per quello che è.