Tra il passato e il presente una cosa che mi colpisce sono le domande che mi pongo. La metacognizione e il pensiero reticolare portano naturalmente a interrogarsi, e chi mi legge e si riconosce anche solo in una di esse lo potrà confermare.
Una di queste domande riguarda le interazioni sociali. Come comunichiamo con chi è diverso da noi, con chi ha un modo di stare nel mondo che non capiamo subito, o che capiamo troppo tardi.
La società e le maschere che indossiamo
Siamo arrivati a conclusioni comode: “Sono fatto così, accettami.” “Sono diretto, apprezzami.” Frasi che a volte nascondono verità, ma spesso sono maschere. Molti psicologi ci lavorano, e inutile negarlo.
In altri casi ti scontri con il tema delle neurodivergenze. Non per i neurodivergenti in sé, ma per come la società ha sempre gestito, o meglio non gestito, la salute mentale e la cura cognitiva. Non porsi domande è l’errore più grande che possiamo compiere, indipendentemente da chi siamo.
Perché se una persona ha una diagnosi, la riconosce e attraverso la terapia la gestisce, la chiave da parte nostra è saper comunicare. Ne avevo parlato in uno dei primi post, quasi come sfida: le neurodivergenze dovrebbero spingerci verso un modo diverso di relazionarci. Domandare nel modo giusto, discutere, trarne conclusioni. Avere una variabile in più. L’altra persona si sente compresa, noi abbiamo più chiarezza. Il compromesso diventa equilibrio. Filosofia applicata, direi.
Tre tipi di persone, tre dinamiche diverse
Il problema nasce con chi nega. E qui vale distinguere.
Chi dice “Probabilmente ho qualcosa ma vabbè, sto bene così” manca di informazioni, ma il dialogo spesso è mediato dalla sua intelligenza. A fatica, ma si trova una quadra.
Chi nega con forza, “Io non ho problemi, non mi faccio nulla”, costruisce invece qualcosa di diverso. Una narrativa difensiva che nel tempo diventa sempre più elaborata. Ogni crisi viene spiegata, ogni spiegazione deve reggere il peso delle precedenti, ogni volta che il sistema si incrina si ricostruisce più resistente. L’ho visto accadere da vicino, in più di un caso, in contesti diversi. E ho visto come anche quando riesci a far crollare momentaneamente quella narrativa, il giorno dopo si ricostruisce più solida di prima. Senza un lavoro strutturato su se stessi, è quasi inevitabile.
Quando sei dall’altra parte
Ho vissuto situazioni dove queste dinamiche mi hanno messo in difficoltà. Personalmente e professionalmente. Situazioni dove ho cercato a lungo una quadra perché non volevo penalizzare nessuno, dove ho ingoiato cose per rispetto, dove ho scelto di non parlare anche quando avrei potuto.
E qui arriva la parte scomoda che devo dire prima di tutto a me stesso: la scelta era mia. Non nel senso che avrei dovuto essere crudele o spietato. Ma nel senso che avrei dovuto agire prima. Agire non significava parlare male di qualcuno o sputtanarlo. Significava mettere confini chiari prima che la situazione diventasse impossibile da gestire.
La società direbbe “è lavoro, tronca.” Io ho sempre voluto lavorare prima sull’umano, trovare equilibrio, cercare il win-win. Ma la dinamica peggiore è quando l’altra persona non vuole fare nessun lavoro su se stessa, neanche minimo, neanche introspezione personale con strumenti adeguati. E la narrativa che si costruisce diventa dannosa non solo per te ma per tutti, cliente incluso, e alla lunga anche per lui.
Quello che ho capito
Non sto dicendo che queste persone siano cattive. Non lo penso. Sto dicendo che la società per decenni ha detto “sii forte”, “vai avanti”, “non fare storie”, costruendo nelle persone narrazioni sempre più complesse e resistenti. Sentirsi sereni di facciata mentre dentro qualcosa peggiorava lentamente. E spesso non lo si riconosceva nemmeno.
Se sospetti una neurodivergenza, tua o di qualcuno vicino a te, indagala. Non c’è nulla di male. Non mettere te stesso o chi ami in una campana di vetro, ma cerca di capire. Avere quella variabile cambia la comunicazione, cambia le aspettative, cambia il modo in cui puoi costruire un equilibrio reale invece di uno di facciata.
E se sei dall’altra parte, continua a porti domande. Interagisci. Accetta le scelte degli altri senza irrigidirti o piegare il mondo al tuo modo. Perché bisogna saper accettare, tagliare i rami secchi, e curare quello che vale.
Scorsa settimana non ho scritto perché stavo sinceramente ricaricando. Forzare un post non aveva senso. Oggi invece, pensando a quello che mi è capitato ultimamente, ho sentito che parlarne insieme poteva valere la pena.