Interiorizzare: quando un concetto smette di essere strumento e diventa parte di te

Nel tempo ho imparato a osservare le parole da un’angolazione diversa. Non solo nell’etimologia, ma nelle sfumature del significato, degli usi, di quello che una parola rappresenta e può rappresentare. Una mia amica, che ho citato in altre occasioni, puntava molto l’attenzione sull’etimologia. A volte con sfumature diverse dalle mie, però con una profondità importante. In alcune nostre chiaccherate, che purtroppo mi mancano, siamo riusciti ad affrontare temi in modo all’apparenza alternativo ma molto profondo.

Perché comprendere il significato di una parola, la sua origine, ci aiuta a capirla davvero. Sembra banale e ovvio, eppure spesso ce ne dimentichiamo.

Il peso di una parola: interiorizzare

Prendete la parola interiorizzare. Cercatene il significato nel dizionario, guardate l’etimologia. Il verbo interiorizzare tocca etimologicamente settori come la spiritualità e la psicologia, apparentemente distanti. Solo all’apparenza. Entrambi ci offrono sfumature su cui vale la pena soffermarsi. Quando riusciamo a portare un concetto, qualunque concetto, davvero dentro di noi, stiamo compiendo un’opera di interiorizzazione.

Pensate alla filosofia. Se cito la maieutica di Socrate o l’imperativo categorico di Kant e mi limito ad applicarli meccanicamente, significa che devo saperli, devo ricordarmeli, devo avere energia cognitiva ogni volta che li uso. Tanti devo. Se invece, dopo averli applicati più volte, ogni volta li comprendo un po’ di più, li approfondisco, li studio e non li uso meccanicamente, il mio cervello inizia a renderli automatismi. Come quando si impara ad andare in bicicletta.

Il problema è la consapevolezza

La bicicletta e la guida diventano così naturali che se qualcuno ci dicesse “bravo come hai interiorizzato la guida” rimarremmo quasi spaesati. Con la mente funziona diversamente. La nostra mente non sempre la alimentiamo correttamente. Complice la stanchezza, il tempo, le mille cose da fare, spesso non approfondire diventa la norma.

Leggiamo Sun Tzu, capiamo due citazioni, magari le applichiamo, poi ci fermiamo lì. Giochiamo a Go ma lo rendiamo un’attività stagno, scollegata dalla vita, come potrebbe esserlo Crusaders Kings 3 o Victoria 3, bellissimi giochi strategici con una profondità sistemica enorme, se li approcciassimo solo come passatempo. Usiamo la filosofia con l’AI nel lavoro ma la pensiamo come uno strumento tecnico, quasi come il prompt engineering, e la applichiamo in modo asettico. Il nostro cervello la catalogata come skill lavorativa e basta. A volte, a forza di ripeterla, un po’ di interiorizzazione arriva comunque perché la ripetizione aiuta per forza di cose. Ma senza consapevolezza è un processo lento, parziale, fragile.

Senza consapevolezza non riusciamo a fare astrazione. Applichiamo la conoscenza con successo nel contesto in cui l’abbiamo imparata, ma non sappiamo variarla. Se cambiano le condizioni ci ritroviamo punto e a capo.

Quando l’interiorizzazione si vede davvero

Nell’ultimo anno, grazie alla filosofia passata dal lavoro alla vita personale, ho vissuto questa escalation sulla mia pelle. Due episodi recenti me lo hanno dimostrato in modo concreto.

Il primo era una situazione lavorativa complessa, arrivata al culmine dopo mesi di tensioni. Dall’altra parte qualcuno che usava tecniche da venditore di auto usate, glissare il passato, buttarla in trattativa, cercare di uscirne con guadagno unilaterale. Ho usato Socrate in almeno due modi: con domande per spostare la conversazione e impedire che diventasse una mera trattativa, e con un approccio stile contro i sofisti quando ho fatto notare l’emotività che stava guidando le sue scelte invece della sostanza. Dewey è entrato perché pragmaticamente, muovendomi in modo reticolare durante la conversazione, sono arrivato a una proposta che è diventata la base del nuovo accordo, all’ottanta percento esattamente come volevo io. Gadamer ha chiuso il cerchio quando si è trovata una sintesi genuina, il clima lavorativo è migliorato, e il problema principale è stato rimosso. Il divertente? L’altro si è costruito una narrativa in cui pensa di aver vinto lui. Va bene così. Ci rido.

Il secondo episodio è avvenuto durante il GIF, Giovani In Festa, il weekend di volontariato organizzato dalla Croce Verde. Una persona aggressiva, voce alta, linguaggio volgare, si è scagliata contro di noi per qualcosa di facilmente risolvibile. Qui ho usato principalmente Socrate: domande, voce bassa, calma. Non so se la calma sia riconducibile a un filosofo specifico, forse è Stoicismo, forse è semplicemente interiorizzazione di tutto il percorso. Alla fine la persona si è ridimensionata da sola, ha quasi chiesto scusa dicendo “sono fatto così, urlo, ma poi beviamo una birra.” Frase comunque inaccettabile, ma il peggio era stato evitato. Sono venuto a sapere dopo che il tipo era anche da mani addosso. Considerò un successo averlo gestito così.

Cosa fare, concretamente

Quando giochiamo, studiamo, lavoriamo o leggiamo, soffermiamoci su quello che stiamo facendo. Analizziamolo, anche quando siamo stanchi. Passo dopo passo, senza pretendere tutto subito. E proviamo a interiorizzare consapevolmente.

Sembra banale, sembra faticoso. Ma alla lunga, anche solo nominare quella parola e rendere consapevole l’azione aiuta la mente a fare quella salita. A migliorarsi. A portare quello che sa in posti dove non pensava di poterlo portare.

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