L’interiorizzazione funziona passo dopo passo, e i risultati si vedono quando la metacognizione e la consapevolezza si fermano un attimo ad analizzare come stiamo pensando e agendo. Per assurdo, proprio nei momenti più intensi.
In questo periodo ho accumulato una stanchezza elevata, e non sto facendo abbastanza per rilassarmi. Una serie di eventi me lo sta rendendo difficile. Non è una scusa, è un elemento di analisi. Uno dei lavori su cui sto agendo è proprio evitare che questo si ripeta. Ma analizziamo insieme cosa succede quando la stanchezza incontra le situazioni lavorative, personali e familiari.
Il lavoro: quando l’interiorizzazione ti salva senza sembrare un miracolo
Aver interiorizzato in passato alcune tecniche derivanti dalla filosofia, da Sun Tzu, dal Go, e implicitamente anche dalla retorica, mi ha aiutato molto in due situazioni recenti con clienti. Trattative di rinnovo, e la conclusione di un lavoro dove erano emerse criticità importanti.
Mi sono accorto che la consapevolezza percepiva la stanchezza, e percepiva anche la mia tendenza ad agire in modo compulsivo per chiudere in fretta. La metacognizione ha bloccato quella tendenza, mi ha dato lo spazio per fare esercizi mirati, prendere un caffè, e ripensare la situazione con più calma. Se non avessi interiorizzato tutto questo prima, avrei sbagliato comunque, e la stanchezza avrebbe probabilmente prevalso anche con gli esercizi.
Quando proviamo qualcosa, lo integriamo, ci lavoriamo sopra, alla lunga diventa nostro. Arriva al livello degli automatismi. E proprio quando siamo stanchi, quasi ci salva. Non è un miracolo. È un lavoro profondo che restituisce aiuto a media e lunga scadenza. Possiamo lavorare sull’interiorizzazione sempre, ovviamente meglio nei momenti tranquilli. Nei momenti pieni non significa fermarsi, ma procedere con cautela.
Anche in questi giorni di stanchezza ho evitato di aggiungere peso, tranne un giorno in cui spontaneamente mi è venuta un’idea da applicare. Mi ha dato una micro-gratificazione, e ho iniziato a farla mia. Anche quando si è stanchi, qualcosa può ancora crescere.
La famiglia: parlare come primo strumento
La stessa logica ci permette, in famiglia, di aiutare e, quando serve, risolvere, senza dimenticare l’aspetto principale: parlare. Iniziare un discorso, dire che siamo stanchi, mostrare la nostra vulnerabilità, provare a rispondere come faremmo sempre ma senza il timore che, se sbagliamo nei modi o nei gesti, l’altra persona ne esca ferita.
Sembra assurdo, ma un accorgimento semplice come questo aiuta tutti. E non arriva da solo. Serve consapevolezza, metacognizione, e quindi interiorizzazione. Con gradi e intensità diverse, certo, ma il meccanismo è lo stesso.
Noi stessi: il confine tra crescita e narrativa pericolosa
Arriviamo al terzo punto: noi. A livello personale, essere consapevoli ci mostra quanto siamo stanchi. Ci impedisce di ripetere errori del passato. Ci porta a dire “devo staccare” e, quando non è possibile subito, ci spinge comunque a trovare un rimedio. Aiuta nel percorso di miglioramento.
E qui c’è la cosa più importante: fare attenzione a non irrigidirsi su posizioni estreme, o peggio, usare le proprie capacità, il pensiero reticolare, la passione per la filosofia, per costruire narrative convincenti ma pericolose. Heidegger è l’esempio storico più citato, uno dei pensatori più profondi del Novecento, la cui adesione al nazismo resta uno dei paradossi più discussi della filosofia contemporanea. Ma non serve andare così lontano nel tempo. Anche oggi, in ambiti come la tecnologia e l’imprenditoria, non mancano figure di grande spessore intellettuale che costruiscono, con lo stesso rigore usato altrove per il bene, giustificazioni per posizioni molto meno nobili. Chi ha occhio critico le riconosce.
La lezione è che la profondità di pensiero non garantisce la bontà delle conclusioni a cui porta. Va sempre accompagnata da un controllo etico, altrimenti diventa uno strumento pericoloso quanto potente.
Il senso di tutto questo
In questo blog ho parlato e parlo del mio percorso, delle mie difficoltà, di quello che scopro e di quello che mi piace. L’interiorizzazione può arrivare a chiunque, e le altre parole che ho citato nei mesi, metacognizione, consapevolezza, agency, arrivano allo stesso modo, con gradi diversi.
Tutto questo, alla lunga, ci migliora. E con il giusto uso, ci aiuta a integrarci meglio e a lavorare sulla società intorno a noi. Con le dovute attenzioni, con pragmatismo etico dove serve, ma sempre dubitando nel senso più puro del metodo scientifico. Perché la certezza assoluta, anche quando viene da un buon percorso interiore, è il primo segnale che qualcosa si sta irrigidendo.