Ieri è successo qualcosa di spiacevole. Non entro nei dettagli, non servono, e le persone coinvolte meritano rispetto e anonimato. Ma quello che ne è emerso vale la pena raccontarlo, perché mi ha mostrato tre cose insieme, e tutte e tre mi hanno lasciato un segno diverso.
Quando la parte razionale osserva ma non comanda
Nel pomeriggio, dopo un episodio di tensione forte che mi ha lasciato scosso, ho vissuto qualcosa che non mi era mai capitato con questa intensità. Una parte di me osservava l’altra. Sapevo, con lucidità totale, che la paura che stavo provando era irrazionale. Sapevo che quello che temevo non aveva basi reali. Eppure non riuscivo ad agire su quella conoscenza. Le tecniche che di solito mi aiutano non funzionavano. Mi sentivo bloccato, con un dolore fisico alle gambe che sapevo essere psicosomatico, e la testa che correva su scenari assurdi legati al lavoro.
C’è una spiegazione neurologica precisa per questo. La corteccia prefrontale, quella che regola il pensiero razionale e le decisioni, era ancora parzialmente attiva, ma l’amigdala, il centro di allarme del cervello, aveva preso il sopravvento. Un braccio di ferro dove sai chi dovrebbe vincere ma per un po’ perdi comunque.
Ne sono uscito grazie a Greta, che mi ha guidato attraverso tecniche di grounding e respirazione, dicendomi di concentrarmi sul qui e ora. In quel momento, mentre lei applicava quello che ha imparato nel suo percorso terapeutico, la mia mente ha fatto un’associazione tutta sua: ho pensato a Wittgenstein, al dissolvere un problema mal posto invece di risolverlo. Non so se sia ortodossia filosofica, probabilmente no. Ma la mia mente reticolare stava lavorando comunque, anche mentre il resto di me era bloccato. E questo, adesso che ci penso, mi conforta.
Il braccio di ferro tra amigdala e corteccia non si vince per sempre. Si allena. Con il tempo, il recupero si accorcia. Ieri ci sono volute ore. Forse un giorno basteranno minuti. Non zero, ma meno.
“Se stai male chiamami” non basta
Nel dialogo che è seguito con Greta, mi ha fatto notare una cosa che porto con me. C’è una differenza enorme tra chi ti dice “se stai male chiamami” e chi c’è davvero, senza bisogno di essere chiamato.
Io e lei, per come siamo fatti, non riusciamo ad adeguarci a chiunque. Cerchiamo poche persone, ma quelle giuste, quelle che condividono un certo modo di pensare, anche con sfumature diverse tra noi due. E con quelle poche persone il rapporto non ha bisogno di essere invocato. C’è, e basta.
Prima del mio percorso di cambiamento tendevo ad adeguarmi a tutti, a cercare di stare bene con chiunque. Ho capito che non ha senso, ed è un peso cognitivo enorme che non porta a nulla di vero.
Il lutto per qualcuno che è ancora vivo
La terza cosa è la più difficile da scrivere, e la scrivo con cura.
A volte si può fare un lutto per una persona che è ancora viva. Non è morta, cammina, parla, esiste. Ma la persona che conoscevi, quella con cui condividevi qualcosa di autentico, in un certo momento smette di esistere, sostituita da qualcun altro che porta lo stesso nome ma non lo stesso volto.
Ieri ho capito con chiarezza che questo mi è successo. Non da un giorno all’altro, è stato un processo lento, fatto di segnali ignorati, di speranze che qualcosa tornasse come prima, di tentativi di aggiustare quello che forse non si aggiusta. Una persona che mi conosce bene, e che è anche terapeuta, me lo diceva da tempo con parole gentili ma chiare: quella persona che ricordi non esiste più, accettalo, e allontanati per stare bene tu.
Non è una condanna morale. È una constatazione. Le persone cambiano, a volte in meglio, a volte in una direzione che allontana chi le amava. E quando qualcuno non mette mai in dubbio se stesso, quando giudica tutto e tutti senza mai voltare lo sguardo verso di sé, il dialogo diventa impossibile, non per cattiveria, ma per assenza di terreno comune.
Fare pace con questo non significa smettere di voler bene. Significa smettere di aspettarsi qualcosa che non arriverà più nella forma che ricordi.
Il giorno dopo
Oggi, il giorno dopo, sto bene. Non perfettamente, ma bene. La notte porta sempre un reset parziale, la mente rielabora nel sonno e al risveglio le cose si vedono diversamente, anche quando il dolore resta.
So che lunedì tornerò in un contesto che richiede equilibrio, quasi sopravvivenza in certi momenti, prima di ricalibrarmi sul lavoro vero. So che prima o poi ci allontaneremo da quel contesto, io e Greta insieme, quando i tempi saranno maturi. E so che questo weekend, tra un torneo di pallavolo di dodici ore con la Croce Verde e una serata di giochi da tavolo con amici veri, sto già facendo quello che serve per ricaricarmi. Non come fuga, come cura.
Questo episodio, per quanto doloroso, ha anche rafforzato qualcosa tra me e Greta. Non nel senso banale di “lei ha ragione, io la appoggio sempre”. Qualcosa di più puro. Due persone che si vedono davvero, anche nelle rispettive fragilità, e che scelgono di restare vicine proprio per quello, non nonostante quello.