Il vuoto che crea, l’araba fenice e la comunità che manca: riflessioni di un weekend intenso

Come avrete notato, anche la scorsa settimana non è uscito nulla. Ma ormai mi avete capito. Gli articoli arrivano quando arrivano, e quando arrivano sono parte del mio pensiero, della mia situazione, del mio journaling. Insomma, di quello per cui ho piacere di comunicare con voi, costruire con voi, e alimentare il rizoma che sogno di creare.

Il post di oggi è una specie di melting pot. In settimana mi ero orientato su un argomento diverso, ma un mix di situazioni tra lavoro, personale, famiglia, e dopo ieri sera anche sociale, mi ha condotto verso un discorso più ampio. Forse per certi versi quella che molti chiamerebbero “la classica riflessione estiva”. Ma per voi che mi leggete e mi conoscete: non è così.

L’araba fenice, senza vittimismo

Sapete bene le difficoltà del periodo e le sfide che sto affrontando, e non voglio tediare su quello. Di certo il clima economico e sociale mondiale incide, non esiste più imprenditore, commerciante o dipendente al riparo da problemi, imprevisti, situazioni scomode. Questo periodo mi sta mettendo alla prova proprio sulla componente stoica, e forse è l’aspetto migliore. Le giornate reggono, costruiscono, procedono. Se guardo al passato, sono contento. Però quando anche davanti a questi momenti arriva, sul fronte personale, una notizia di un certo tipo, ti senti scombussolato.

In momenti così mi piace tirare fuori la mitologia, con un po’ di astrazione, e citare la buona vecchia araba fenice. Nel corso della vita mi sono piombate addosso notizie capaci di mandarmi in panico, in crisi, quasi a bloccarmi. Ma ogni volta resilienza, e nei periodi più recenti antifragilità, e sotto a rinascere. Sì, rinascere, perché è il punto chiave della fenice.

Anche stavolta è andata così. Forse non ero ancora quello di oggi quando ho iniziato a intuirlo, e forse si poteva evitare questa situazione. Però. Come direbbero gli stoici, se qualcosa non dipende da noi, non dobbiamo subirla, pur conoscendola. E stavolta, per la prima volta, ho fatto proprio così. L’ho sentito, ma non l’ho subito. L’ho affrontato. Amarezza, un po’ di dispiacere, sì. Ma anche felicità per l’altra persona, e speranza che possa trovare la sua serenità. E sotto, io, a lavorare per trasformare tutto in qualcosa di positivo, in ulteriore crescita.

Perché ricordiamocelo, ed è qui il punto che voglio spingere: non dobbiamo crollare, non dobbiamo sentirci arabe fenici in senso vittimista o di autocompiacimento. Dobbiamo guardare in faccia gli eventi, attraversare il dolore senza crollare, almeno non in modo distruttivo, e osservare le variabili. In questo modo, nel lungo periodo, non può che migliorare. Nel breve, a volte si starà di merda. Fa parte del flusso. E se questo flusso lo viviamo bene, arriviamo a fine giornata con quella sensazione di benessere che ormai conoscete.

Il melting pot: quando tutto arriva insieme

All’inizio vi ho detto melting pot. Da dove nasce? Dal fatto che, in contemporanea a questa sensazione da fenice, il tema liquidità, cash flow, è tornato forte. Un po’ perché la notizia lo toccava indirettamente, un po’ perché ho fatto delle scelte che sapevo già ma che ho dovuto mettere nero su bianco, un po’ perché il weekend, circadianamente parlando, mi ha messo faccia a faccia con me stesso.

Però c’è un però. La metacognizione ha osservato quando la mia mente, dalla ruminazione, ha iniziato pian piano a virare verso l’agency. Ha osservato come alcune scelte, alcuni piccoli passi, stiano agendo sul mio Default Mode Network, la rete cerebrale che si attiva quando la mente vaga e spesso alimenta proprio la ruminazione, instaurando nuovi automatismi. Insomma, la prova che le pietre del Go funzionano davvero. E se guardo al lavoro di domani, sono oggettivamente felice. Se guardo a oggi, lo sapete già. Ma non finisce qui.

Quello che ci insegna la comunità che manca

Perché poi arrivano amiche che si sfogano, che raccontano a me e a mia moglie situazioni personali complesse, difficili. Si fidano di noi, dell’amicizia, dei consigli. Di per sé, qualcosa di positivo anche in un contesto difficile, ma capace di aprire gli occhi su un tema molto più ampio: la comunità.

Parlandone con Greta, ci siamo accorti di come la salute mentale, la nostra capacità cognitiva, i punti che ben conoscete, siano gestiti oggettivamente male, come società. Dovrebbe esserci più supporto, più rete, più comprensione. Spesso invece si minimizza, si giudica, si mette etichette. E questo non aiuta, perché accresce la difficoltà, e anche le piccole reti di supporto faticano a reggere. Basterebbe così poco.

Guardo con speranza alla tanto vituperata Gen Z su questo punto, e i dati mi danno ragione: tra gli uomini più giovani, la barriera verso la gestione delle emozioni sta crollando in modo netto, mentre tra le generazioni più anziane resta un tabù nella maggioranza dei casi. Il vaso di Pandora, in un certo senso, è stato scoperchiato. E lasciatemi andare a un commento sottile: chi minimizza, chi giudica, chi ti guarda come se fossi esagerato quando parli di certe cose, forse dovrebbe fermarsi a guardare quei numeri prima di parlare.

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