Qui in Italia, principalmente ma non solo, esiste una cultura denominata del “Fare”. Un’espressione che letta così sembra positiva e senza problematiche. Però nasconde un’insidia ben più profonda con cui nel corso della mia vita più volte mi sono scontrato, spesso generando in me un forte atrito e rabbia fonte di ruminazione.
Oggettivamente ruminazione inutile perché toglie energie cognitive e soprattutto ti conduce a non vedere oggettivamente e bene gli eventi. E quest’ultima parte è stata anche foriera di parte del mio malessere perché con la ruminazione in corso tendi a mettere tutti nello stesso calderone, talvolta esagerando, e crei pregiudizi e danni oggettivamente stupidi perché fanno male prima a te, e tanto, e poi a loro.
Però il tema della ruminazione è più vasto, magari ne parleremo più avanti. Torniamo al “Fare”.
Cosa significa “Fare a prescindere”
Il problema di questa cultura non è l’azione in sé, nobile e potenzialmente di enorme valore, ma il come viene affrontata e il come, spesso, viene messa in confronto con altre capacità e attività.
Se prendiamo un dizionario alla voce “fare” leggiamo almeno due significati: compiere una determinata azione o attività, eseguire, realizzare; passare all’azione, essere attivo.
Se osserviamo il significato, indubbiamente è positivo. Ma il problema, come accennavo, nasce sul come viene affrontato e come viene reso. Pensavo a questa parte: “essere attivo”. Qui in Italia è divenuto quasi un mantra. Se tu fai sei attivo, se sei attivo sei utile, se sei utile va bene.
Cosa ha portato questa specie di equazione? Che il valore delle persone viene misurato da cosa fanno che le rende attive. Per moltissimo tempo questa logica era totale appannaggio esclusivo di azioni fisiche del fare. Negli ultimi anni anche di azioni cognitive, esempio banale il coding o altre attività fatte con un computer, ma non solo.
Però perché dico il “come”? Perché spesso non viene tollerato il pensare, l’approccio sistemico, ma solo direttamente lo “stai facendo”. Sto usando le virgolette volutamente, peraltro. Se tu non inizi a fare sei pigro, sei inutile, ti perdi in chiacchiere. Se poi dici “sto ragionando come approcciare al meglio un’attività” vieni apostrofato come “non filosofeggiare”, “non perdere tempo”, “mica sei un intellettuale” e frasi analoghe.
I danni del “Fare a prescindere”
Come si può dedurre, tale approccio è portatore di danni su più piani. Proviamo ad analizzarli e comprenderli insieme.
Fare senza approccio sistemico significa iniziare subito a eseguire l’attività ma senza un metodo. Ok avere esperienza, ma spesso può significare fare errori, trovarsi a correggerli, sistemarli, intervenire e via con il loop. Porta a fatica, nervosismi e chissà cos’altro.
Pensate a un evento. Dobbiamo mettere tavoli, gazebo e magari sedie per ospitare le persone e chi fa operativamente l’evento. Se usassimo approccio sistemico significa fermarsi un attimo, valutare spazi, materiali e possibilità, quindi comprendere come approcciare al meglio l’organizzazione.
Ma spesso cosa accade? “Domani c’è l’evento, troviamoci tutti alle 7 che dobbiamo montare tavoli e gazebo.”
Risultato: tutti alle 7 si inizia a fare ma senza criterio, mettendo, spostando e sistemando. Si discute. Se poi qualcuno non viene o tarda viene accusato che non ha voglia di fare. Se poi qualcun altro dice “Fermiamoci un attimo e ragioniamo” si ricevono frasi come “È tardi, su, muoviamoci”.
Probabilmente leggendo tali frasi esclamereste “Non ha senso, è vero, è stupido”. Ma poi fermatevi e pensate a quante volte avete visto scene simili in contesti diversi. Secondo me tante, troppe volte.
Stessa cosa nel lavoro cognitivo. Persone che si mettono a capo chino a scrivere codice come se non ci fosse un domani, a pretendere tempo e budget ma con zero capacità di problem solving, spesso. Perché? Perché esso non nasce scrivendo codice ininterrottamente per svariate ore ogni giorno con la stessa routine.
Io potrei anche scrivere 14 ore consecutive di coding, non lo nego. Ma se esso nasce da un approccio sistemico è efficiente. Se nasce da un mero fare funziona, ma a quale prezzo cognitivo e poi fisico? Pensiamoci.
Il confronto malato: Fare vs Pensare
Questa cultura del “Fare a prescindere” oltre a danneggiare l’attività in sé porta anche a quei famosi confronti del “non fare l’intellettuale”, come se pensare, ragionare in maniera sistemica fosse fare l’intellettuale.
Alcuni tendono a dire che se fai sei utile, bravo. Se pensi ok va bene, ma… Quel “ma”… Perché? Perché poi aggiungono: “però se anche fai sarebbe perfetto”. Come a dire che il pensiero da solo non ha senso e non ha valore.
Qui però torno al tema iniziale della rabbia e della ruminazione. Sicuramente avrete notato nelle mie parole ancora quel risentimento che brucia nascosto, ma purtroppo è un passaggio non facile.
Non dobbiamo avere risentimento se ci vengono dette e affermate cose simili, poiché vanno contestualizzate e comprese. In alcuni casi potrebbero effettivamente avere valenza negativa, ma in altri casi magari la persona che le dice le esclama in buona fede perché lo pensa in senso positivo e spesso non ha mai avuto esempi e contesti in grado di mostrare altro.
E lì, se usiamo parole come comunicare, accettare e rispettare, potremmo instaurare un dialogo con crescita reciproca. Non facile, specialmente quando arriviamo da anni dove veniamo etichettati. Ma se fatto può portare benefici a noi prima di tutto.
Leader veri non fanno a prescindere
Voglio porre l’attenzione su un tema che spesso, specialmente in Italia e lo dico con rammarico, non valutiamo.
Persone come Steve Jobs, Enzo Ferrari, Toto Wolff: erano persone del “fare a prescindere”?
Qualcuno dirà: “Sì, ma loro sono geni inarrivabili!”
Fermati. Questo è esattamente il problema. Li vediamo come “inarrivabili” e quindi pensiamo: “Loro possono pensare strategicamente. Noi normali dobbiamo solo fare.”
Errore.
Il loro “genio” non sta nell’essere sovrumani. Sta nel meccanismo che usano. E quel meccanismo è applicabile da chiunque.
Osserviamo cosa facevano davvero.
Steve Jobs non saldava iPhone. Intuizione prodotto. Chiedeva: “Questo è semplice abbastanza?” Focus utente, visione estetica, ispirazione team. Poteva passare ore a camminare, pensare, discutere design di un singolo dettaglio. Poi in una riunione di 2 ore: decisione che cambiava prodotto intero.
Enzo Ferrari non assemblava motori. Creava visione. Sceglieva piloti, ispirava team, decideva strategie gara. Giornate dove sembrava non facesse nulla, poi una call critica, una decisione sul pilota, e la stagione cambiava.
Toto Wolff non cambia gomme ai box. Costruisce cultura vincente. Leadership, problem solving, gestione pressione. Sembra “non fare”, ma sta creando contesto dove altri possono eccellere.
Cosa hanno in comune?
Approccio sistemico. Permettono al cervello di creare connessioni, quindi soluzioni. Frasi apparentemente eteree, se viste sole, che alimentano un ingranaggio complesso e scatenano il potenziale del singolo.
E tu?
Non devi essere Jobs per applicare questo. Anche tu puoi fermarti 10 minuti prima dell’evento e pensare organizzazione tavoli. Camminare 15 minuti prima della coding session e pensare architettura. Chiacchierare con il team prima del progetto e condividere visione.
Non serve essere “genio”. Serve permettere al cervello di lavorare prima di fare.
Jobs, Ferrari, Wolff hanno fatto questo su scala grande. Ma il meccanismo è identico su scala piccola.
Approccio sistemico non è per “inarrivabili”. È per chiunque voglia fare bene, non solo tanto.
Anche nelle emergenze, i veri soccorritori non fanno a prescindere. Il loro fare nasce da osservazione, analisi, approccio sistemico. Come Winston Wolf in Pulp Fiction: sembra immediato, ma è sistema organizzato rapidissimo. Non è “fare a prescindere”. È “fare intelligente”.
Operativi e visionari: entrambi servono
Noi siamo umani e quello che vorrei arrivasse come messaggio non è demonizzare la parola “Fare”, ma fornirle un nuovo contesto.
Vi sono persone operative che sono eccellenti nel fare, sia esso fisico sia esso cognitivo. Vi sono persone per loro natura che si muovono con eleganza nell’operatività e spesso applicano in modo sistemico, quindi con risultati validi e potenti.
Ma esistono anche persone che non sono operative, non sono persone del fare ma hanno visione, leadership e sguardo a medio-lungo termine. Persone che anche loro faticano e spesso i loro risultati sono per natura invisibili, per non dire si vedono solo alla fine con l’intero risultato.
Non devono essere denigrate. Non devono essere spinte a fare per essere complete. È un errore, non è la loro natura, è una forzatura errata data da un contesto errato. Questo crea equivoci, delusioni, amarezze e discussioni. E in un contesto mondiale come il nostro è un peccato aggiungere nuovo carburante negativo.
Speranza, non condanna
La mia speranza è aver dato uno sguardo diverso alla parola “fare”.
“Fare” non è nemico. “Fare a prescindere” sì.
Se ti sei sentito fuori posto perché “non fai abbastanza”, se ti hanno detto “non filosofeggiare”, se ti hanno etichettato come “troppo cerebrale”: non sei inadeguato. Il tuo approccio è diverso. E serve.
Operativi eccellenti che “fanno” con eleganza e sistema: servono. Assolutamente. Visionari che pensano, osservano, intuiscono: servono anche loro. Ugualmente. Non uno sopra l’altro. Entrambi necessari.
E chi ti ha detto “bello pensare ma se facessi…”? Spesso lo dice in buona fede. Davvero. Non ha avuto esempi diversi. Non ha visto che Jobs, Ferrari, Wolff pensavano prima di fare. Non ha compreso che approccio sistemico è fare, solo intelligente.
Non condanniamolo. Dialoghiamo. Mostriamo. Condividiamo.
Comunicare, accettare, rispettare: possono instaurare dialogo con crescita reciproca. Non facile, specialmente quando arriviamo da anni etichettati. Ma possibile. E porta benefici a noi prima di tutto.
L’unica vera negatività è “fare a prescindere”. E tutti possiamo imparare a fare diversamente.
Pensiamoci.