Marco mi chiama “papà filosofico.” Lo dice con un sorriso, e ogni volta che lo sento sorrido anch’io. Le nostre chiaccherate hanno una qualità particolare, lui si fida, si apre, e spesso finiscono in posti inaspettati.
Martedì scorso aveva un momento difficile. Qualcosa lo aveva turbato emotivamente, e aveva voglia di parlarne. Non sempre succede così, e quando succede cerco di esserci nel modo giusto.
Uscire dall’emotività senza dirgli “stai calmo”
Si percepiva molta emotività. Parole forti, giudizi netti, quella tendenza dei ragazzi a scagliarsi contro qualcuno che in fondo vogliono bene. Ho ascoltato. Non ho interrotto, non ho corretto subito, non ho detto “stai calmo” o “non è così grave.” Quelle frasi, per quanto comprensibili, raramente funzionano. Chiudono invece di aprire.
Ho provato a fare altro. Ho usato me stesso come esempio, raccontandogli di situazioni dove l’emotività mi aveva distorto la lettura di quello che stava succedendo. Come a volte, quando siamo dentro una sensazione forte, vediamo solo una parte della realtà e la scambiamo per il tutto. Lui ascoltava. Non era d’accordo subito, ma ascoltava.
I filosofi che sono entrati, quasi senza essere nominati
A un certo punto sono entrati Socrate, Kant e Wittgenstein. Non come lezione, come modo di stare nel dialogo.
Con Socrate ho fatto domande invece di dare risposte. Domande che non attaccavano la sua posizione ma lo portavano a guardarsi da fuori. E lo vedevo fermarsi, osservare, pensare. I suoi occhi cambiavano. Quello è il momento che riconosco, quando la maieutica funziona davvero.
Con Kant ho introdotto il concetto di bias, solo quella parola, senza imperativo categorico o analisi trascendentale. Gli ho chiesto se il modo in cui stava leggendo la situazione avrebbe retto se l’avesse applicato a se stesso, in una situazione simile con qualcun altro. Quel piccolo spostamento di prospettiva ha fatto qualcosa.
Wittgenstein l’ho citato esplicitamente, una volta sola e in velocità perché non era una lezione di filosofia. Gli ho parlato dei giochi linguistici raccontandogli di una conversazione di lavoro con Mattia, dove avevo usato una parola e lui aveva capito qualcosa di completamente diverso. Nessuna tensione, dialogo tranquillo, eppure la parola aveva portato da un’altra parte. Gli ho detto che le parole sono potenti, che il loro significato dipende dal contesto, da come le dici, da quando le dici. Marco ha annuito. Aveva capito dove stavo andando.
Platone e Aristotele erano lì, silenti, nel modo in cui il dialogo cercava i valori sotto la superficie e li portava verso qualcosa di concreto. Dewey era intrinseco, nel senso che ogni passaggio era empirico, testato nel momento, senza schemi prefissati. Gadamer è arrivato alla fine, per me più che per lui, in quella sensazione che qualcosa di nuovo era emerso da quella chiacchierata, qualcosa che nessuno dei due aveva quando era cominciata.
Marco è entrato a scuola sereno
Alla fine Marco si è calmato. Non perché qualcuno gli avesse detto di farlo, ma perché aveva pensato. Lo leggevo negli occhi e nel linguaggio del corpo, quel cambiamento che conosco bene. Stava ancora elaborando, ma era diverso da prima.
È entrato a scuola sereno.
Quella mattina ho visto il framework filosofico sempre più mio. Non applicato, abitato. Non esibito, vissuto. E ho capito ancora una volta che la filosofia non è roba da libri. È un modo di stare con le persone, anche con tuo figlio di nove anni che ti chiama “papà filosofico” e non sa ancora quanto gli stai insegnando mentre parla.