Quando ho iniziato a comprendere l’origine di un mio trigger, quando ho imparato a riconoscerlo e ad accettarlo, rimaneva solo una cosa: non rimanerci male. Uso questo termine volutamente. Accettare non significa automaticamente stare bene. Significa che la mente lo riconosce, lo elabora, lo accetta.
Ma per completare il percorso, quando il trigger si ripresenta, un ricordo, qualsiasi cosa, non dobbiamo soccombere ad esso. Non dobbiamo soffrirci sopra di nuovo. Perché pur avendolo accettato, se ci rimaniamo male o peggio soccombiamo, significa non averlo davvero elaborato. Significa essere ancora in sua balia, anche se in apparenza pensiamo di no.
Quando la metacognizione diventa spettatrice
Sapete quando ci si accorge di tutto questo? Quando siamo stanchi. Non è casuale che ve lo scriva oggi. Conoscete il periodo di stanchezza da cui arrivo, e proprio in quest’ultima settimana ho iniziato a elaborare meglio il trigger, a portare l’accettazione a un livello superiore. Con livello superiore intendo quel momento in cui il trigger accade ma non ci controlla più.
Non è facile. Assolutamente non lo è.
Quando siamo stanchi, i nostri filtri decadono. Anche la metacognizione rischia di trasformarsi in una persona sul divano con i popcorn che commenta la scena senza agire. Osserviamo noi stessi con consapevolezza, ma non riusciamo ad agire.
Eppure, forse non è sbagliato dire che proprio in questi momenti scatta qualcosa. È come essere con le spalle al muro, e trovare in quel momento la forza in tutto quello che abbiamo costruito prima. Ci vengono in mente frasi, citazioni, filosofi, di tutto. E se riusciamo a usare quel briciolo di energia cognitiva rimasta, possiamo costruire il momento dopo.
Il momento dopo significa non essere più in balia della sofferenza, del trigger. E pensando alla strategia del Go, sono le pietre piazzate nel passato, nei momenti tranquilli, a fare la differenza proprio nei momenti meno tranquilli. Perché ora, con la stanchezza ma con tanta consapevolezza, invece di cedere ci poniamo una domanda semplice, banale, potente: “Cosa posso fare?”
La liquidità, esempio non casuale
Ed è lì che esce la soluzione, quella che in passato speravo arrivasse all’improvviso, pensavo dipendesse da terzi o da eventi fuori dal mio controllo. La soluzione è osservare il qui e ora. Agire passo dopo passo. Non negare la rabbia o i sentimenti negativi. Non negare la stanchezza. Ascoltare il corpo.
Faccio un esempio che non è affatto casuale, perché lo sto vivendo proprio ora. Avete un problema di liquidità? Non correte fino a fondervi per recuperare uno con un costo di mille. Continuate a investire sulla strategia di lungo termine, quella capace di generare solidità vera. Osservate cosa funziona adesso. Cosa devo pagare oggi, non cosa dovrò pagare fra due mesi.
Passate anche dieci giorni a riposarvi con le vostre attività di recupero, tenendo il lavoro al minimo indispensabile, e noterete che l’energia torna. La stanchezza diminuisce? Il problema è risolto? Assolutamente no. Ma la mente è più pronta.
C’è agosto davanti, un altro mese capace di spaventare chi ha problemi di liquidità. Ma se avete recuperato freschezza, investite in quelle pietre del Go di lungo termine, essenziali. Arrivate a settembre. Con un po’ di fantasia incastrate al meglio la liquidità. E continuate a posizionare pietre.
Nel frattempo, come sempre accade, i pagamenti in ritardo iniziano ad arrivare, qualche lavoro standard fa capolino. Ma il successo migliore è un altro: voi. Avete recuperato energia, non vi siete mossi illogicamente, niente burnout, e avete investito sul lungo periodo. Il risultato inizierà a capitalizzarsi in inverno, e la prossima estate potreste trovarvi in una situazione opposta a quella di oggi.
Due modi di insegnare la stessa cosa
Come si riesce a fare tutto questo? Accettando, e poi, come passo successivo, evitando di soccombere alle situazioni e all’emotività che generano.
In fondo Epitteto e Marco Aurelio lo insegnavano già, ciascuno a modo suo. Epitteto era un ex schiavo diventato maestro, e insegnava attraverso la dialettica, distinzioni logiche precise su cosa dipende da noi e cosa no. La sua era teoria pura, rigorosa, quasi matematica nella struttura.
Marco Aurelio invece non insegnava a nessuno. Scriveva per sé, come esercizio privato di autodisciplina, mentre governava un impero sotto pressioni enormi: guerre, epidemie, tradimenti. I suoi Ricordi non sono un trattato, sono un uomo che applica la filosofia mentre il mondo intorno a lui non gli concede tregua.
Due modi diversi di arrivare allo stesso punto: non negare l’emozione, ma non lasciare che comandi. Uno è la teoria del metodo. L’altro è il metodo applicato nella pressione massima della vita reale.
In questo periodo, con la liquidità, la stanchezza, tutto quello che sto gestendo, mi sento più vicino a Marco Aurelio. Non sto teorizzando, sto applicando, ora, mentre reggo. Ma so che quando la calma tornerà, sarà il momento di Epitteto, il tempo di rimettere ordine nella teoria, distinguere di nuovo con lucidità cosa dipende da me e cosa no, così da essere ancora più pronto la prossima volta che la pressione tornerà. I due non si escludono. Si alternano, secondo il momento che si vive. E più passa il tempo, più questo equilibrio mi piace, e più mi aiuta.